CARNEVALE

S.Giovanni, il carnevale che sposa generazioni e culture


F

in da bambino il Carnevale - quell'allegria coatta, quella poltiglia sudicia di coriandoli e fango - ci mette nelle ossa una inconsolabile malinconia. Crescendo, poi, ho potuto corroborare l'istintiva repulsione con qualche buon dubbio culturale: scomparsi, come esperienza condivisa, la Quaresima e il digiuno, che senso ha farli precedere dai bagordi? Perché le maschere, perché la trasgressione in una società che vive pitturata e tatuata tutto l'anno, e trasgredire di norma? E i culi di Rio, e le damine e i cicisbei stucchevoli di San Marco, moltiplicati fino alla nausea su teleschermi e pellicole, sono travestiti o son travet? Può una Pro Loco, un assessorato, una qualunque autorità urbana sostituirsi a quegli spiriti pagani inurbani che sobillavano i villici e il contado fino all'occupazione rituale degli spazi civilizzati? Così quando Giorgio, notaio di San Giovanni in Persiceto mi ha chiesto di far parte della giuria del locale Carnevale, ho accettato solo nel nome della vecchia amicizia e mi sono trovato una domenica di febbraio, ai finestroni di un Comune antico insieme agli altri due giurati (il pittore Pozzati, l'architetto Vivaldi), a misurare, uno per uno, tutti i miei pregiudizi. San Giovanni è un grosso e ricco borgo di pianura a Nord della via Emilia, tra Bologna e Modena. La sua piazza, giustamente Piazza del Popolo, è uno di quei perfetti e ricorrenti riassunti d'Italia che sappiamo esistere a centinaia e forse migliaia, ma ogni volta ci sorprendono per l'onestà della rappresentazione. Ai quattro lati: la chiesa, il municipio, il portico col caffè elegante, il palazzone fascista. Ciascuno dei quali non specialmente bello, ma serio e dignitoso testimone della cultura che lo ha generato, nel Cuore di una cittadina architettonicamente piuttosto integra, non troppo offesa dai pochi palazzoni periferici. In questa scatola scenica, cinta da tribunette in tubi innocenti gremite di indigeni, arrivano uno dopo l'altro i carri di gara (dieci, uno per ciascuna delle locali compagnie carnevalesche). Vecchio più di cento anni, e forte di una motivata fama anche "etnica" (era il San Giovanni quel Giulio Cesare Croce che a fine Cinquecento mise in prosa la tradizione orale della saga altomedioevale di Bertoldo), questo carnevale ha scelto, fin dalle origini, di essere teatrale - nella specie del teatro in piazza. Ogni carro arriva camuffato, concepito come una scatola chiusa. Quindi, davanti al pubblico, si mette in opera lo "spillo", cioè il disvelamento: che trasforma il carro in palcoscenico, e la sfilata in rappresentazione. L'etimologia della parola è incerta: probabilmente è mutata dallo spillare il vino, quando finalmente si constata di che natura è il liquido fino allora nascosto nella botte. Allo stesso modo il carro si libera dei suoi sipari e sprigiona, dopo una lunga e ben fermentata attesa, il suo significato e il suo valore, i suoi aromi allegorici, il suo corpo drammatico, fin lì gelosamente custoditi dai suoi artefici nel segreto dei capannoni. Meccanismi ingegnosi, ancorché fatti in casa, schiudono la struttura che rivela i suoi colori, i suoi segni e i suoi occupanti: decine e in qualche caso centinaia di cittadini-attori che recitano una breve pantomima allegorica (dieci minuti di tempo concesso, a ogni compagnia, dal severissimo regolamento). Tutto molto difficile, e parecchio ambizioso. Perché non si tratta solo di trafficare, per lunghi mesi, con cartapeste, pennelli, drappeggi, botole, costumi, anime di legno e ferro. Si tratta di raccontare, molto sinteticamente, una piccola storia, che avendo un inizio clamoroso (il colpo di teatro dello spillo), deve poi darsi uno svolgimento e un finale adeguati. La giuria, non per caso, è composta da un giornalista-scrittore, da un architetto e da un pittore-scultore, ciascuno dei quali deve valutare, in trentesimi, l'aspetto che gli compete: quello narrativo, quello progettuale e quello artistico. Compito reso ancora più arduo dalla percezione appena messo piede in San Giovanni, che per i Persicetani quella gara è ragione di serissima passione, un piccolo Palio tra contradaioli che per il resto dell'anno si rinfacceranno la sconfitta come un'onta e la vittoria come un furto. Poiché niente cementa lo spirito di comunità quanto lo spirito di fazione, per sentirsi davvero persicetani bisogna battere gli altri persicetani, agli occhi ammirati dei tre giurati forestieri si presenta, inatteso, un Carnevale insolito e tipicissimo: carico di "originalità", come dice il giurato pittore. Si sente che i travestimenti, i costumi e tutto l'armamentario (perfino le citazioni colte, da Mondrian a De Chirico a Ceroli), non sono il fine ma un mezzo per superarsi nell'arte antica del racconto sceneggiato. Più che le sfilate di mascheroni sui lungomari ci si potrebbe riferire a certe disfide di rimatori popolari toscani, che svariano all'infinito sullo stesso stilema, lo stesso metro per mostrarsi più abili nell'interpretazione della cronaca e della politica. Il terremoto, il governo Prodi, l'ingresso in Europa, l'immigrazione, l'inquinamento, la mucca pazza non sono più semplice caricatura (come nel vignettismo tridimensionale di tanti altri carnevali), ma mimo, coreografia, brevi affabulazioni. In questo contesto, perfino l'inevitabile invadenza dell' "attualità" (la televisione, la pubblicità, il "tema del momento") non distoglie mai dall'"originarietà". Fuori concorso sfila, spirito vivente di questo Carnevale, un certo Santon (insieme cognome anagrafico e nome della maschera...), il cui spillo oneman show è la perfetta miniatura dell'insieme. Tara, con un ciuco, un carrettino sopra il quale in due metri per uno si manifestano una Casa Bianca e un Clinton in corretto blu presidenziale. Potrebbe essere satira all'ultimo grido e invece un minuscolo fescennino in omaggio al priapismo presidenziale. In dialetto stretto Santon elogia l'esuberanza sessuale di Clinton e conclude che il solo luogo dove potrà degnamente soddisfarsi è la gaudente città di Bologna. Per trasportare Bill dal suo sacrificio scranno di potere alla liberazione sessuale, basterà tirare uno spago e far ruotare il fantoccio di novanta gradi. Applausi, anzi ovazioni per il Bertoldo reincarnato e per il suo mite somaro. Infine, e forse meglio ancora di tutto quello che vi ho raccontato: il lunedì successivo alla premiazione i tre giurati vengono precettati in una immensa bocciofila, dove i membri delle compagnie carnevalesche li (e si) sottopongono a un serrato processo dialettico. Cori beffardi, feroci sfottò tra compagnie rivali, coltissime requisitorie contro l'eccesso di cultura ostentato dalla giuria, con chiara e partecipata discussione sui nessi e le incompatibilità tra cultura alta e bassa. Spettacolo consolante di una platea di popolo, per giunta fiera della sua popolarità, che sa argomentare raffinatamente, cogliere in fallo la giuria, entrare e uscire dal dialetto a seconda che sia necessario sentirsi "villani" o urbani. Intelligenza: non mi viene altra parola per descrivere la prontezza di riflessi e l'elasticità, con la quale una comunità di moderni gioca con le sue radici rurali, sapendo benissimo che è una finzione, sapendo altrettanto bene che la finzione è sacra quando si tratta di evocare la memoria, la tradizione, l'identità. Ancora più sorprendente la coesistenza, in sala, di almeno tre generazioni, dagli adolescenti ai vecchi, maschi e femmine, e di innumerevoli tipi sociologici, dal diciottenne grunge al decoroso impiegato al proletario anziano, in una ricreazione collettiva che rimedia - alla grande - alla frammentazione postindustriale scommettendo su un gioco, su un artifizio condiviso rispettato, compreso e difeso perfino dai giovanissimi, quelli di solito distratti, assenti, lontanissimi, che magari non hanno letto Croce e il suo Bertoldo: ma stranamente, quando interrompono il rivale o sbeffeggiano l'uditorio, hanno modi più teatrali che televisivi, come se avessero visto molto Fo e poco Striscia la notizia.

Michele Serra (La Repubblica - 27 Febbraio 1998

LO SPILLO

Un po' di storia:

Q

ualcuno che non conosce bene la storia del Carnevale persicetano si sarà chiesto il perché della Città dello Spillo. Cosa c'entrano gli Spilli? Sono aghi? No, Spillo è ciò che differenzia il Carnevale di Persiceto da tutti gli altri carnevali d'Italia e del mondo. Spillo è l'italianizzazione del vocabolo dialettale Spéll che significa zampillo e deriva dall'uso di spillare il liquido da una botte. Lo Spéll del Carnevale di Persiceto è uno "zampillo di allegria" e coincide con il momento in cui, in Piazza del Popolo, il carro racconta una storia trasformandosi in un qualcosa di diverso e svelando alla giuria e al pubblico il significato dell'allegoria per il quale è stato costruito. L'origine dello Spéll è ignota nel senso che i documenti antichi a cui abbiamo accesso non raccontano con chiarezza se allo Spéll ci si arrivò gradualmente o se il Carnevale cominciò già così nel 1874. Nella foto si può leggere un articolo di giornale del febbraio 1898 in cui si parla di Spéll come un qualcosa di consolidato, per cui possiamo presumere che fin dalle origini, risalenti a poco più di vent'anni prima, questa fosse già la caratteristica fondamentale dei corsi mascherati di Persiceto, caratteristica che giustifica ampiamente la nuova denominazione di Città dello Spillo.

.....e quindi? Cosa succede?:

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carri si presentano in piazza camuffati e qui ad uno ad uno si trasformano quasi completamente,“dischiudendosi”e svelando così la propria allegoria. Per mezzo di ingegnosi meccanismi nascosti, appaiono forme nuove, nuovi e più brillanti colori e maschere e personaggi che recitano una breve pantomima, il tutto accompagnato da una studiata colonna sonora. Il carro si fa così palcoscenico, la piazza diventa teatro e la sfilata si muta in rappresentazione. Dalla “scatola chiusa” del carro, come dal cilindro di un grande mago, può uscire di tutto: angeli e diavoli, navi semoventi e animali strabilianti, fiori bellissimi e frutti giganteschi, grandi raffigurazioni di personaggi famosi, esplosioni, fumi di ogni colore. E anche da fuori del carro possono arrivare stuoli di maschere a gremire la piazza o carrelli e arnesi dalle fogge più inconsuete; a completare il carro e a dar corpo alla narrazione. Ed è in questa magia che sta il fascino principale del Carnevale Persicetano: è impagabile il momento in cui, letta la breve relazione introduttiva, il presentatore pronuncia la fatidica frase "il carro può eseguire lo Spillo”. È come quando, bambini, si stanno per aprire i pacchi dei regali. E ogni carro è un nuovo pacco che si scarta. Il pomeriggio si riempie di sorprese e le emozioni si fanno applausi.